maggio 20

L’Italia risale la china ma resta l’allarme povertà

Adnkronos

In Italia dal 2015 sono tornati crescita ed investimenti, dopo tre anni di recessione. Resta però l’allarme povertà, soprattutto al Sud: l’indice di deprivazione economica nazionale si è stabilizzato all’11,5%, ma il Mezzogiorno presenta il triplo di famiglie povere rispetto al Nord Italia. E sul fronte economico incombe il rallentamento emerso nel primo trimestre del 2016 anche nel commercio estero, uno dei ‘motori’ della nostra economia. E’ pieno di luci e ombre il quadro che emerge nell’analisi sull’evoluzione della nostra economia nel Rapporto annuale Istat.

Sul fronte macro, l’Istat ricorda come dopo la contrazione degli ultimi tre anni, nel 2015 il Pil in volume ha segnato una moderata crescita (+0,8%) e nel primo trimestre 2016 si è confermato un miglioramento dello 0,3% . A sostenere questa ripresina la spesa per consumi delle famiglie, cresciuta dello 0,9%, grazie all’incremento del potere d’acquisto, che ha beneficiato della dinamica positiva dei redditi nominali (+0,9%) e della sostanziale stabilità dei prezzi al consumo.
Ma è sul fronte della povertà, dopo il brusco peggioramento del biennio 2013-2014, che si confermano gli indizi più preoccupanti: il disagio economico si mantiene su livelli alti per le famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione, in altra condizione professionale (diversa dai ritirati dal lavoro) o con occupazione part time.
Sul fronte degli investimenti, nel 2015 quelli fissi sono tornati a crescere moderatamente (+0,8% dal -3,4% del 2014) interrompendo la contrazione registrata nei tre anni precedenti in cui era calata anche la produzione industriale che invece lo scorso anno ha registrato un incremento dell’1,1%, grazie all’andamento positivo dei beni strumentali (+3,6%) e dell’energia (+2,3%). Il fatturato industriale è rimasto pressoché invariato nel 2015 (+0,3%).
Notizie moderatamente positive anche sul fronte occupazione. Dopo sette anni di aumento ininterrotto, nel 2015 il numero dei senza lavoro è tornato a scendere anche in Italia: il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’11,9% (-0,8 punti percentuali) e i disoccupati sono scesi a poco più di 3 milioni (-6,3%, -203 mila unità). È calato anche il tasso di mancata partecipazione (che comprende disoccupati e inattivi disponibili a lavorare), dal 22,9% del 2014 al 22,5%, però ancora molto sopra il livello medio Ue (12,7%). Sommando i disoccupati e le forze di lavoro potenziali, le persone che vorrebbero lavorare sono 6,5 milioni nel 2015.
Sono invece più di 2,3 milioni nel 2015 i giovani di 15-29 anni non occupati e non in formazione (Neet), di cui tre su quattro vorrebbero lavorare. I Neet sono aumentati di oltre mezzo milione rispetto al 2008 ma sono diminuiti di 64 mila unità nell’ultimo anno (-2,7%). La condizione di Neet è più diffusa tra gli stranieri (35,4%), nel Mezzogiorno (35,3%) e tra le donne (27,1%), specie se madri (64,9%).
Preoccupa – rispetto al periodo pre-crisi – la crescita dei nuclei ‘jobless’, ossia quelli in cui nessuno è occupato, passate dal 10,0% del 2008 al 14,2% delle famiglie con almeno un componente di 15-64 anni e senza pensionati.