Blocco contratti, lavoratori pubblici «discriminati» rispetto ai privati

da Corriere della Sera

Il blocco per la parte economica delle procedure contrattuali e negoziali dei contratti pubblici, scattato per il 2013-2014 ed esteso fino al 2015, è una «violazione della libertà sindacale» e introduce per i lavoratori pubblici una disciplina «irragionevole e sproporzionata» discriminandoli rispetto ai lavoratori del settore privato. Così la Consulta spiega, nella sentenza depositata giovedì, perché il 24 giugno ha dichiarato incostituzionale il blocco dei contratti nel settore pubblico. Ma la sentenza – come già risaputo – non è retroattiva: ha efficacia dalla pubblicazione in Gazzetta. Il che significa che non aprirà quel buco da 35 miliardi stimato nella sua memoria difensiva dall’Avvocatura generale dello Stato nel caso in cui il blocco fosse stato dichiarato illegittimo fin dalla sua entrata in vigore, nel 2010, con Tremonti. Quanto alla possibilità di recuperare parte del 2015, il ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia, a margine dei lavori al Senato, spiega: «Approfondiremo, ma qualunque cosa decidiamo la faremo partendo da una quantità di risorse che definiremo nella prossima legge di stabilità».
La Consulta spiega che la decisione presa a giugno, che ha dichiarato illegittimo il blocco dei contratti dei dipendenti pubblici, è motivata dal «protrarsi del `blocco´ negoziale». In pratica, le norme sul blocco si sono susseguite «senza soluzione di continuità» per cinque anni e non erano quindi dettate da mere emergenze eccezionali. «Il sacrificio del diritto fondamentale tutelato dall’art. 39 Cost., proprio per questo, non è più tollerabile», sottolinea la Corte. La Consulta si riferisce alla libertà di contrattazione sindacale, cioè al fatto che «la contrattazione deve potersi esprimere nella sua pienezza su ogni aspetto riguardante la determinazione delle condizioni di lavoro, che attengono immancabilmente anche alla parte qualificante dei profili economici». «Se i periodi di sospensione delle procedure `negoziali e contrattuali´ non possono essere ancorati al rigido termine di un anno», «è parimenti innegabile che tali periodi debbano essere comunque definiti e non possano essere protratti ad libitum». E le necessità legate all’equilibrio del bilancio dello Stato vanno bilanciate col diritto alla libertà sindacale.