Salvini espelle Tosi, per la Lega una prova ai limiti dell’autolesionismo
Mariano Maugeri per Il Sole24Ore
Dallo scontro tra Tosi e Salvini la Lega ne esce male, malissimo. Una prova ai limiti dell’autolesionismo ne ha compromesso l’immagine dei suoi leader e la loro maturità agli occhi degli elettori. Nella migliore delle ipotesi è stato uno show che la tv berlusconiana potrebbe trasformare in format: “Il dilettante è servito”. Da dieci giorni i botta e risposta si ripetono uguali a se stessi, con un’ottusità, una incapacità di dialogo e un arroccamento su una (falsa) coerenza – l’anticamera di ogni impresa con esiti funesti: in politica, avrebbero detto i democristiani, la coerenza esiste solo per i discorsi ufficiali o i comizi – che tende in tutti i modi a nascondere i veri termini della questione. E la questione, peraltro elementare, è che lo scontro tra i due co-leader, Salvini e Tosi, era già in nuce al momento dell’elezione del neo segretario, seppellito e rinviato a data da destinarsi solo per motivi di opportunità.
Oggi fingono tutti di non sapere, ma il famoso patto del Pirellone sottoscritto tra Maroni, Salvini e Tosi con un Bossi ormai caricatura di se stesso a fare da garante, era una bomba innescata. Il patto stabiliva che i due giovani leoni si sarebbero divisi le due cariche più prestigiose del movimento: Salvini segretario federale, Tosi aspirante alla premiership attraverso la creazione della sua fondazione di cui Maroni fu tra i primissimi soci onorari. Era un patto suicida e non realistico: Salvini lo siglò su consiglio di Maroni e Bossi solo per non inciampare alla vigilia della sua incoronazione su un primo ed eclatante incidente di percorso.
Può tollerare un segretario di partito che un altro esponente dello stesso movimento tratti per conto e in nome del partito con Angelino Alfano – inviso peraltro a Salvini – e l’ex ministro Corrado Passera – idem come Alfano – per costruire un’alleanza di centrodestra con vocazione centrista nelle stesse settimane in cui lo stesso segretario federale, cioè Salvini, sterza violentemente a destra, stringe un’intesa con Casa Pound, confeziona una campagna politica tutta contro gli immigrati e si propone come il LePen d’Italia? Assurdo, per non dire grottesco. Una linea che mette in forte imbarazzo sia Bobo Maroni che Luca Zaia, da sempre forzaleghisti e federalisti, una parola chiave ormai scomparsa dal lessico leghista.
Da quasi due anni la Lega ha di fatto due segretari al vertice, ognuno con una sua idea e un suo progetto che vanno in rotta di collisione con l’altro. Bobo Maroni, ormai aduso ai vecchi giochi della politica, un indizio involontario l’ha fornito: «Che c’entra Salvini in questa querelle? La contrapposizione è tra Zaia e Tosi, una vicenda tutta interna al partito nazionale veneto». Falso. Però, con un piccolo depistaggio e uno scambio di persona, l’ex ministro degli Interni rimette la vicenda nei suoi termini reali: lo scontro tra Salvini e Tosi non solo era inevitabile ma è fisiologico che sia esploso. Era l’unico modo per riportare il partito a una gerarchia che non confondesse alla stesso tempo i militanti e gli elettori.
Da mesi Tosi mandava segnali inequivocabili sulla composizione delle liste: lui voleva i suoi fedelissimi, e soprattutto pretendeva una lista che portasse il suo nome. Ma una poltrona per due è un titolo di un film, non certo una prassi politica che abbia qualche possibilità di successo. Tosi lo sapeva bene. Un errore che paga con l’espulsione. Inutile alambiccarsi su quanto peserà fuori dalla Lega. Senza Tosi la vittoria di Zaia non è più matematica come sarebbe stata con il sindaco di Verona al suo fianco. Non è una dato politico di poco conto. Una constatazione che riapre il laboratorio politico veneto e regala a Tosi, anche con il 4% dei consensi, il ruolo decisivo di ago della bilancia.