Due mesi all’Expo: ultima chiamata

Il commento della bravissima Elisabetta Soglio per il Corriere della Sera

Al via il rush finale: il cantiere è ancora da finire, gli eventi da coordinare, la città da preparare. E intanto le polemiche tra istituzioni si sono assopite

È l’ultima chiamata. Mancano due mesi all’inizio dell’Expo e nel rush finale si sono assopite le polemiche fra istituzioni che avevano segnato il tortuoso percorso di questa avventura. Un bene, certo: anche perché di fronte ad un cantiere dove bisogna ancora correre, a infrastrutture da completare, a calendari di eventi da definire e coordinare, a una città da preparare per accogliere i turisti, sarebbe davvero sconsiderato perdersi in chiacchiere. Ma non si devono dimenticare le parole dell’ex presidente Giorgio Napolitano: «Su Expo, tutti dobbiamo metterci la faccia». Parole che dovremo ricordare già dal due maggio quando, smaltita la sbornia del primo giorno, del taglio del nastro e dei festeggiamenti, potrebbero cominciare i problemi. Le code per arrivare al sito, il tassista che non parla inglese, il ristorante o l’albergo che aumenta i prezzi, le disfunzioni interne al sito espositivo, i mezzi pubblici che faticano a reggere il peso dei visitatori. 

Potrebbe succedere di tutto: e a quel punto, nessuno potrà alzare il dito per esclamare: «Io l’avevo detto». Nessuno potrà essere contento di ogni eventuale piccolo o grande flop. Perché la faccia, in quel caso, sarà di tutti: sarà la faccia del nostro Paese, del Sistema Italia, alla prova del mondo. Questo è il motivo per cui anche l’ultima chiamata riguarda ognuna delle parti in causa: le istituzioni, il mondo dell’impresa e del commercio, il terzo settore, i partiti e i sindacati. E riguarda anche chi finora ha espresso in modo civile e circostanziato critiche e perplessità che in qualche caso, basti pensare alle Vie d’Acqua, sono servite a migliorare progetti e a correggere prese di posizione. Il tema scelto, quello dell’alimentazione, è congeniale al nostro Paese. Saperlo declinare in modo da andare al di là della «grande Fiera» potrebbe farci riconquistare credibilità e prestigio. Regalare a italiani e stranieri un’esperienza originale e convincente, nel viaggio fra le colture e le culture del mondo, potrebbe rovesciare alcuni stereotipi sull’incapacità di essere competitivi e attrattivi. È l’ultima chiamata e il fallimento non conviene a nessuno. Un successo, al contrario, sarebbe la spinta che tutti aspettiamo.