23 dicembre 1984: la strage di Natale del Rapido 904

Visita il sito dell’Associazione dei famigliari delle vittime

per non dimenticare…

Strage del Rapido 904, trent’anni dopo quel Natale di bombe e sangue nella galleria di Vernio.

Luca Boldrini per La Nazione

Ci sono molti modi di essere attentatori vigliacchi. Ce lo ricordano le cronache ogni giorno, basti pensare al maledetto assalto alla scuola dei talebani di pochi giorni fa. Nel 1984 la vile mano esplosiva segnò un passaggio del testimone dallo stragismo dell’estrema destra, quello degli anni di piombo e della strategia della tensione, allo stragismo mafioso, che sarebbe andato avanti fino a Capaci e via D’Amelio. Era il 23 dicembre; martedì saranno 30 anni dall’attentato al Rapido 904, il treno Milano-Napoli colpito al cuore mentre passava sulla nostra terra.

Ogni strage è vile, quella di Natale del 1984, passata agli annali come l’attentato del Rapido 904, lo fu particolarmente e per più motivi. Prima di tutto, per l’appunto, era l’antivigilia della festa, giorno di spostamenti di massa in un’Italia che era “da bere” solo a Milano, ma che ancora portava milioni di persone a spostarsi a ogni festa comandata per andare a far visita ai aprenti. Succede ancora oggi. I treni, dunque, erano pieni, ed erano mezzo popolare, perfetto per sfruttare l’elemento fondamentale di ogni attentato: “Possiamo colpire chiunque, dovunque”. E’ il seme del terrore, sia esso nero, rosso, mafioso. Ma non solo, fu un attentato vigliacco ancora per un altro motivo: al contrario di quanto era accaduto esattamente dieci anni prima al treno Italicus a pochi chilometri di distanza, a San Benedetto Val Di Sambro, nel 1984 l’esplosione fu innescata nella Grande Galleria dell’Appennino, la cerniera ferroviaria che univa (e non solo simbolicamente) il nord e il sud. A seconda del senso di marcia, si entra da San Benedetto Val Di Sambro, ultimo lembo della provincia di Bologna, e si esce a Vernio, oggi comune più settentrionale della provincia di Prato, all’epoca ancora incluso nel territorio fiorentino.

Il tunnel fu utilizzato come cassa di risonanza per potenziare gli effetti – già devastanti – della carica di esplosivo, si stima una quindicina di chili, posizionata su un portabagagli nel corridoio della nona carrozza. Gli attentatori sfruttarono una sosta a Firenze Santa Maria Novella sistemarla; era radiocomandata e si attese che il convoglio raggiungesse circa 8 chilometri all’interno della galleria prima di farla saltare. Erano le 19,08. Pochi minuti dopo gli inviati di tutti i giornali d’Italia presero l’auto e volarono sull’Appennino; noi della Nazione e i colleghi del Resto del Carlino eravamo avvantaggiati dalla vicinanza. Ma il resto d’Italia seppe cosa era successo (anzi: cosa stava accadendo) quando la sigla del telegiornale portò la notizia in tutte le case. Gli alberi di Natale illuminati, i presepi, le famiglia riunite a tavola e un’altra, l’ennesima ferita inferta all’Italia onesta e lavoratrice.

La liturgia che seguì fu quella di ogni minuto delle nostre, tante notti della Repubblica: l’andirivieni delle ambulanze, l’edizione straordinaria dei giornali, i soccorritori che si fanno largo tra le macerie, l’eroismo dei signori nessuno, le assurde coincidenze (come quella del controllore che diede l’allarme: era al suo ultimo viaggio. Si salvò), le vesti stracciate, i politici a far visita ai superstiti in ospedale. A tenere il timone del Paese c’erano due socialisti, ma di due socialismi molto diversi: Bettino Craxi alla presidenza del Consiglio e Sandro Pertini a quella della Repubblica. E poi il lento, estenuante iter giudiziario che individua in Pippo Calò la mente dell’attentato.

Sono passati trent’anni. Si discute ancora oggi di quale sia stata la ragione che portò all’abbandono dello stragismo mafioso per passare a metodi diversi, non meno invasivi. Nei giorni scorsi il Comune di Vernio ha organizzato una serata con racconti di testimoni. Lo stesso Comune, guidato dal sindaco Morganti, parteciperà come ogni anno alla commemorazione a San Benedetto Val Di Sambro. Noi ricordiamo la strage semplicemente con l’elenco delle vittime: Giovanbattista Altobelli, Anna Maria Brandi, Angela Calvanese De Simone, Anna De Simone, Giovanni De Simone, Nicola De Simone, Susanna Cavalli, Lucia Cerrato, Pier Francesco Leoni, Luisella Matarazzo, Carmine Moccia, Valeria Moratello, Maria Luigia Morini, Federica Taglialatela, Abramo Vastarella, Gioacchino Taglialatela, Giovanni Calabrò. E con un pensiero, da rivolgere martedì alla memoria di quelle e di tutte le vittime di mafia.