Terni: le colpe di Bruxelles
Se a Bruxelles si va con il cappello in mano, poi succedono i casi Terni
Pierluigi Magnaschi per Italia Oggi
Gli ambienti (politici, sindacali e mediatici) che adesso si turbano tanto nel vedere che Renzi non va a Bruxelles con il cappello in mano (come tutti i suoi predecessori) a mendicare ciò che la tecnostruttura comunitaria, grazie al suo buon cuore, è disposta a concedere, sono gli tessi ambienti che adesso stanno a piangere sul latte versato dei 550 dipendenti dell’acciaieria di Terni che sono rimasti senza lavoro per colpa, appunto, della classe dirigente che adesso attribuisce ad altri le sue evidentissime colpe. Il nostro è, da sempre, il paese delle sceneggiate e delle prefiche (non a caso pagate per piangere disperatamente dietro la salma) e non dei chirurghi che cercano di far sì che non ci sia il morto. Vediamo perciò che cos’è successo con l’acciaieria di Terni.
I tedeschi della ThyssenKrupp, a seguito di una loro diversa strategia produttiva, se ne erano liberati, pur essendo, l’impianto di Terni, uno dei più efficienti in Europa, anche perché produce un particolare e tecnologicamente molto sofisticato tipo di acciaio ad alto valore aggiunto. Per questo motivo, saputo che la Thyssen Group si disimpegnava da questo impianto, si sono subito fatti avanti i finlandesi del Gruppo Outokumpo che hanno acquistato l’impianto dai tedeschi. A questo punto però si è fatta avanti anche Bruxelles per accertare se l’acquisto da parte dei finlandesi dell’acciaieria di Terni poteva configurarsi come l’acquisizione di una posizione dominante sul mercato europeo degli acciai speciali. Tale posizione, in base alle regole dell’Antitrust comunitario, avrebbe infatti limitato la concorrenza.
Il verdetto da parte degli euroburocrati è stato che l’impianto di Terni violava le regole della concorrenza. E quindi il loro acquisto dai tedeschi non poteva essere perfezionato con il risultato di lasciare a spasso 550 persone. I conti fatti degli euroburocrati erano forse esatti. Ciò che era visibilmente sbagliato era il ragionamento, sulla base del quale tali conti sono stati realizzati. Infatti se si assumono delle ipotesi (o delle assumptions, come dicono, squittendo compiaciuti, i burocrati Bruxelles infarciti di slides e imbottiti di mega retribuzioni) se si fanno, dicevo, delle ipotesi sbagliate, hai voglia proseguire, poi, con dei conti esatti. È come cercare di costruire a regola d’arte un palazzo che non abbia delle fondamenta adeguate. Per un po’, sale per un po’. Ma poi crolla.
Gli eurocrati, nel caso dell’acciaieria di Terni, partivano infatti dal presupposto che il mercato degli acciai speciali fosse solo a dimensione europea. Mentre il mercato di questo prodotto è, fisiologicamente e da molto tempo, a dimensione mondiale. Pertanto, impedendo di crescere ulteriormente, a un’impresa europea che è grossa per il mercato europeo (come la Autokumpo, appunto), ma non in quello mondiale, si finisce per mettere questa stessa impresa in difficoltà sul mercato mondiale nel quale peraltro essa è inevitabilmente chiamata a competere con dei concorrenti ben più grandi di lei.
Mentre gli eurocrati stavano partorendo questa inaccettabile conclusione (che il nostro Tino Oldani, unico a rivelarla, non esitò definire come «cretinismo europeo»), come ha reagito il mondo politico, sindacale e mediatico italiano? C’è stata forse una corale ondata di indignazione nazionale a sostegno e pungolo del governo per contrastare questa conclusione economicamente e socialmente aberrante o per modificare la legislazione europea o anche solo la prassi che l’ha legittimata? Niente. E i sindacati, che pretendono la cogestione ma poi non sanno di che farsene in difesa dei reali diritti dei lavoratori, si sono limitati di agitare le masse a Terni e sotto qualche balcone ministeriale romano. È del resto e purtroppo, questa, l’unica operazione che i sindacati vecchia maniera, di stile ottocentesco, sanno fare a regola d’arte. Un pirotecnico e gridato rito voodoo per gettare sulle spalle di un altro (il capro espiatorio) ogni responsabilità sul fatto di cui solo i loro iscritti debbono, indifesi come pochi altri, pagare le conseguenze.
È infatti più facile agitare gli animi, che contribuire a risolvere i problemi. I politici, d’altra parte, tutti presi dalla soluzione di problemi del tipo se il partito deve essere liquido, solido o gassoso; o se un detenuto agli arresti domiciliari può continuare a dirigere un grande partito, non avevano tempo di vedere che cosa stava succedendo sull’asse Terni-Bruxelles. I media, da parte loro, essendo impegnati a descrivere in dettaglio e a più mani, con l’ausilio pure del web, come si evolveva la composizione dei vari cerchi magici dei partiti padronali, non avevano certo tempo per approfondire questi temi e per offrire così all’opinione pubblica gli elementi per poter decidere se la Ue aveva deciso «da demente» e per far capire, sempre all’opinione pubblica che viene tenuta all’oscuro di tutto, salvo che delle cazzate, come la classe dirigente politica, economica e sindacale del Paese, anziché limitarsi a partecipare agli inconcludenti talk show, aveva reagito a questo sopruso intinto nella stupidità.
L’Europa non può essere considerata un totem indiscutibile. Essa deve essere criticata, quando sbaglia. Solo così la si spinge a evolvere al meglio evitando che si avviti su se stessa come un aereo che precipita in vite. Invece, se si lascia in pace l’Europa e, di fronte ai suoi errori, ci si comporta come Renzo Tramaglino con i polli in mano davanti al Signor Conte, non solo l’Europa ci farà ingoiare i suoi soprusi ma ci si metterà, tutti noi, anche nella condizione di subirne altri, più grandi, nel futuro.