Angela Merkel prigioniera dei propri sbagli affossa l’Europa

I mangiatori di patate di Van Gogh - 1885

I mangiatori di patate di Van Gogh – 1885

Maurizio Ricci – La Repubblica

Angela Merkel è in trappola e, con lei, è in trappola l’Europa. Il rosario di dati economici che l’Europa srotola ogni giorno dà indicazioni sempre peggiori. Che fare? Come uscirne? Il paradosso della situazione è che, mai come oggi, la ricetta per fermare la crisi è chiara e condivisa. Massicce iniezioni di liquidità, tagli delle tasse per spingere i consumi, dosi crescenti di investimenti per rilanciare la ripresa. Un frullato di Keynes, New Deal e piano Marshall. Sono quasi tutti d’accordo: il Fmi, l’Ocse, il governo americano, la maggioranza dei governi europei, la maggioranza del board della Bce, analisti, agenzie di rating, investitori e speculatori, le facoltà di economia del pianeta. I paesi che l’hanno fatto (Usa, Gran Bretagna, Giappone) hanno dimostrato che funziona. Allora, perché non si fa? Perché la Germania non vuole.

Berlino è rimasta sola, sempre più isolata, a rivendicare i meriti dell’austerità. Si deve invocare una differenza culturale – di cultura ed etica economica – per spiegare la differenza fra la Germania e tutti gli altri? E’ probabile che le cose non stiano così e che la radice della differenza sia assai più politica, anzi, politico-elettorale, che ideologica. Angela Merkel farebbe volentieri concessioni al resto del mondo. Ma non può farlo, perché politicamente è troppo rischioso. Ci vorrebbe la tempra di Adenauer, di Brandt, Schroeder, Kohl. E Angela non ce l’ha. E’ in trappola, anche se è stata
lei per prima a costruirla.

La pietra fondante del dibattito politico tedesco, che la Merkel è riuscita a mettere al centro degli obiettivi, è il pareggio di bilancio. La Germania non riesce a raggiungerlo dai tempi d’oro del miracolo economico. Dal remoto 1969. Tornarci è, dichiaratamente, il segno che la Merkel vuol lasciare nella storia tedesca, la sua eredità, come per Kohl fu la riunificazione. Difficile che vi rinunci per rilanciare gli investimenti. In coerenza con questo progetto di monumento, classe politica e media tedeschi hanno spinto l’opinione pubblica ad una lettura della crisi europea parziale e distorta. L’allegra vita dei paesi mediterranei, cicale d’Europa, era resa possibile dai lucrosi investimenti che la finanza tedesca alimentava e promuoveva. L’Irlanda ha vissuto anni fra i più bui della sua storia recente perché Berlino riuscì a convincere Bruxelles a imporre che fossero i contribuenti irlandesi a salvare le banche irlandesi e, con esse, i massicci prestiti che avevano ricevuto dalle banche tedesche. Il contribuente tedesco, dai salvataggi di questi anni, non ha perso un euro, anzi, ci ha guadagnato, perché i Btp italiani e i Bonos spagnoli comprati a suo tempo sono saliti di prezzo.

Non è questa, però, la storia che politici e giornali raccontano ad elettori e lettori. La versione che la Merkel ha lasciato si radicasse nell’opinione pubblica, perché elettoralmente, a prima vista, più fruttuosa, è quella di una difesa a spada tratta del tesoro tedesco dalle mire degli altri partner europei. Adesso, fare marcia indietro, anche se la Merkel volesse, è diventato più che difficile, forse impossibile. Perché, alla destra della cancelliera e della Cdu si sta affermando un partito che, di quella versione, è l’incarnazione e il difensore più acceso. L’Afd, il partito anti-euro, è figlio dei fantasmi imprudentemente evocati dalla Merkel. Meno del 5 per cento alle elezioni nazionali, il 7 per cento alle europee, fra il 10 e il 12 per cento nelle ultime regionali dell’Est povero. Per la cancelliera più che una spina nel fianco: un serio concorrente in fasce dell’elettorato tradizionalmente democristiano.

L’ultimo acquisto di grido dell’Afd è un ex presidente della Confindustria, ovvero un pezzo importante di establishment. Nessuno pensa che l’Afd possa insidiare il ruolo centrale della Cdu. Ma con il 10-15 per cento dei voti può comprometterne l’egemonia, regalando ai socialdemocratici lunghi anni di maggioranza elettorale. E questa è un’eredità che Angela Merkel non vuole assolutamente lasciare.