L’Ue: aiuti fino a novembre. Ma la Grecia rifiuta ancora

Tonia Mastrobuoni per La Stampa

Tra i consigli non richiesti della lunga giornata bruxellese all’insegna di schiarite e annuvolamenti, si annovera quello di David Cameron. In una nota riportata dal Guardian, il primo ministro britannico avrebbe detto a un omologo europeo che «sarebbe meglio» se la Grecia uscisse dall’euro. Quel che è certo, è che il clima anche tra i Paesi dell’area della moneta unica si è incupito. Una parte dei ministri delle Finanze che si incontreranno oggi pomeriggio nella capitale belga per il più importante Eurogruppo di sempre, non sarà ben disposta verso il collega ellenico Varoufakis. Il motivo lo ha riassunto il premier portoghese Pedro Passos Coelho nella breve discussione dedicata alla Grecia venerdì sera al Consiglio, secondo quanto riferito da una fonte diplomatica: «Non possiamo continuare a usare due pesi e due misure». Forse ha ragione il ministro tedesco delle Finanze Schäuble: la possibilità che oggi si raggiunga un accordo salvando la Grecia e l’euro, «è 50% e 50%». Imprevedibile. 

La proposta dei creditori  
Ieri mattina, fonti europee e Bce si professavano ottimiste sull’esito nel negoziato: «Le differenze sono ormai minime, i greci hanno accettato il 90% delle misure, domani potremmo chiudere», anche «integrando il documento con concessioni ad Atene». Ed emergevano i primi, importanti dettagli dell’ultima proposta avanzata dai creditori: un piano da 15,5 miliardi esteso a fine novembre, di cui dodici miliardi sborsati dagli europei (8,7 dal fondo salva-Stati Efsf e 3,3 miliardi dagli interessi sul debito ellenico finito in pancia alla Bce col programma Smp), più 3,5 miliardi dal Fmi. Un pacchetto in quattro rate: Atene riceverebbe, appena approvato il piano nel proprio e in altri otto Parlamenti, tra fine giugno e inizio luglio, circa 1,8 miliardi. Già a metà luglio ci sarebbe la prima verifica delle misure approvate con un altro esborso da 4 miliardi, poi le altre due rate. E con esse, i problemi. Per i greci, ma anche per i tedeschi. 

L’allungamento del piano di cinque mesi significa due cose. Il Fmi ha bisogno di una prospettiva di dodici mesi per approvare un esborso: quando pagherà l’ultima rata a ottobre dovrà esserci un piano da un anno per la Grecia. In altre parole, dovrà essere pronto un terzo pacchetto ellenico di cui i tedeschi, al momento, non vogliono neanche sentir parlare. In secondo luogo, il coinvolgimento implicito del Fondo in un terzo maxi pacchetto di aiuti non è benvisto da Atene. Loro vorrebbero escluderli, d’ora in avanti, dal negoziato. Al termine del vertice Ue, Angela Merkel ha espresso il suo appoggio pieno al piano. Dopo un breve incontro ieri mattina con Hollande e Tsipras, la cancelliera ha rivelato di «aver molto incoraggiato Tsipras ad accettare la proposta straordinariamente generosa» dei creditori. Dopo che il suo plenipotenziario delle Finanze Schäuble l’aveva definita troppo generosa, una presa di posizione importante.  

La reazione ellenica 

Ma uscendo dalla riunione, il premier greco ha detto che l’Europa non può essere la sede «degli ultimatum e dei ricatti». Ma in serata, da Atene è arrivata la doccia fredda. Il governo ha respinto in un documento informale il piano dei creditori, ritenuto «troppo recessivo» sul piano delle misure e «totalmente inadeguato» dal punto di vista dei finanziamenti. Appena sceso dall’aereo proveniente da Bruxelles, Tsipras ha raggiunto i suoi ministri a Megaro Maxomiou, sede del governo, per una riunione preparatoria in vista di oggi. Qualsiasi cosa avranno deciso, passerà alla storia.