La politica monetaria non può tutto. Così Draghi spiega il Qe all’Italia

Riccardo Sorrentino per Il Sole24Ore

La politica monetaria non può fare tutto. In audizione al Parlamento italiano, il presidente della Banca centrale Mario Draghi ha dedicato quasi tutto il suo intervento a dimostrare questa tesi. È evidente perché: il Quantitative easing crea condizioni migliori per realizzare difficili riforme strutturali, come la Bce da tempo argomenta, ma allo stesso tempo può anche dare un incentivo a muoversi con minore urgenza. Draghi lo ha negato con forza – «è un argomento un po’ dubbio» – ma è un fatto che uno degli episodi che più hanno segnato la politica monetaria degli ultimi anni è stata l’esperienza del 2011, quando la banca centrale acquistò titoli di Stato di alcuni paesi, tra cui l’Italia, i quali immediatamente immaginarono di rallentare il cammino delle riforme e di aumentare le spese pubbliche.

Il risultato è stato un discorso inconsueto, rispetto a quelli che Draghi svolge nelle sedi europee, dove lo sguardo si dirige evidentemente all’intera area. Un discorso diretto all’Italia e ai luoghi comuni che dominano il dibattito economico nel nostro Paese, con l’obiettivo apparente di allargarne lo sguardo se non di spostarne il focus su temi meno frequentemente affrontati.

Il primo punto riguarda il debito pubblico. È noto che nel nostro paese è molto alto. Non è frequente però collegare il suo livello, e la credibilità del nostro paese, con l’efficienza del sistema bancario, che nel nostro paese è centrale per il finanziamento delle imprese. In un sistema in cui il debito pubblico fa da benchmark, da punto di riferimento, una politica fiscale poco credibile che faccia salire i rendimenti crea perdite per le banche, e questo accade spesso proprio nel momento in cui le aziende di credito hanno bisogno di capitali.

Questo è avvenuto in Eurolandia, in buona parte. Da tempo la Banca dei regolamenti internazionali ha parlato di balance sheet recession, una recessione da bilanci (non solo bancari) per alcuni paesi dell’Unione monetaria. Anche per questo motivo Francoforte sostiene le misure che facilitino l’emergere delle sofferenze. La Bce, ha spiegato, «guarda con molto favore a iniziative per ridurre il peso delle partite deteriorate nei bilanci delle banche in modo da liberare risorse» a beneficio delle imprese. A questo scopo ha lanciato l’asset quality review e gli stress test.

Il secondo punto riguarda la crescita. La ripresa attuale è ciclica, non è strutturale, ha detto Draghi. Per l’Italia questo significa – il presidente non lo ha reso esplicito, ma queste sono le conseguenze logiche delle sue parole – che la sua velocità non supererà il basso livello potenziale senza creare molte tensioni sull’inflazione. Nel nostro paese, ha spiegato, la crescita potenziale è bassa, ed è calata molto prima dell’adesione all’euro e, secondo il Fondo monetario internazionale, è ormai pari quasi a zero. La produttività del lavoro langue, quella totale dei fattori economici è addirittura calata. Eurolandia e, ancora di più, gli Stati Uniti hanno fatto molto meglio, malgrado la crisi. Il Qe – ha detto Draghi citando uno studio della Banca d’Italia – potrà aumentare la crescita dell’1 per cento entro il 2016. Evidentemente questo non basta, se il punto di partenza – l’andamento del Pil del 2014 – è un -0.2 per cento.

Per questo occorre migliorare l’offerta di lavoro. Intervenire sulle aziende, sulla loro struttura. È un passaggio importante: sono mancati interventi per favorire la nascita di nuove imprese – fatto centrale – ma anche la riallocazione di capitale e lavoro verso le imprese più efficienti. «In Italia vi è un’alta concentrazione di micro-imprese a produttività inferiore alla media, con una regolamentazione che le incentiva a rimanere piccole», ha detto Draghi ricordando come interventi che appaiono secondari come un’accelerazione dei processi civili potrebbe avere effetti importanti sulla struttura del sistema produttivo. Allo stesso modo è importante la riforma dell’istruzione e della formazione continua. Draghi non ha neanche dimenticato l’aspetto sociale. La riallocazione delle risorse crea vincenti e perdenti, ha detto, e bisogna tenerne conto.

Da responsabile di un’istituzione europea, Draghi non poteva che difendere il progetto europeo. Senza dimenticare i suoi problemi. «Trincerarsi nei confini nazionali non risolverebbe nessuno dei problemi che abbiamo di fronte», ha detto, ma non si può proseguire «nemmeno con visioni irrealistiche di un’Unione in cui alcuni paesi pagano in permanenza per altri». L’Unione, inoltre, «non è stata pensata come uno spazio dove coesistono creditori permanenti e debitori permanenti». La strada da lui indicata è quindi quella di una maggiore centralizzazione: i progressi più evidenti – ha detto – sono stati realizzati dove sono stati attribuiti poteri esecutivi alle istituzioni europee.

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