MARCHI DI ECCELLENZA. Dal parmigiano alla focaccia di Recco, i prodotti che fanno grande l’Italia 

Certificati dall’Unione europea, portano in tutto il mondo il nome del Belpaese


Manuela Cagiano per Corriere della Sera

Ci sono il parmigiano reggiano, la bresaola della Valtellina, il radicchio di Verona. E ancora: la ciliegia di Marostica, lo zampone di Modena, l’agnello di Sardegna. Fino agli ultimi due arrivati: la focaccia di Recco e il pecorino delle balze volterrane. In Italia sono 271 i prodotti Dop (Denominazione d’origine protetta), Igp (Indicazione geografica protetta) e Stg (Specialità tradizionale garantita) ben distribuiti da nord a sud della nostra Penisola tra salumi, frutta, formaggi, carne. Un record che fa dell’Italia il Paese leader in Europa dove, in totale, si contano 1.237 bontà con il marchio di qualità. Dopo le eccellenze italiane si piazzano quelle francesi (217), spagnole (179), portoghesi (125) e tedesche (78). «L’introduzione di specialità controllate ha permesso di superare l’omologazione e di avere prodotti unici per la lavorazione e per la zona di coltivazione», spiega Rolando Manfredini, capo area sicurezza alimentare della Coldiretti. Proprio per premiare «l’unicità» l’Unione europea, nel 1992, ha istituito i marchi di eccellenza. Con norme ferree da rispettare e un regolamento che, negli anni, è andato via via modificandosi per seguire le esigenze di produttori, consumatori, associazioni di categoria, Consorzi di tutela. 

L’ultima modifica, voluta dall’Ue, è del dicembre 2012. Obiettivo principale delle nuove disposizioni è quello di garantire agli agricoltori «un giusto guadagno» per qualità e caratteristiche dei prodotti Dop, Igp e Stg. Rimangono ovviamente le differenze di fondo. La Denominazione di origine protetta viene attribuita agli alimenti prodotti e lavorati su un unico territorio. Dove hanno importanza sia l’ambiente (clima, ubicazione), sia il fattore umano (tecniche di produzione tramandate nel tempo, artigianalità). Due elementi che, combinati insieme, consentono di ottenere un prodotto inimitabile. Per l’Indicazione geografica protetta le regole sono diverse: il prodotto deve arrivare sempre da una determinata area territoriale, ma le materie prime possono essere acquisite da altre zone. In questo gruppo ci sono soprattutto frutta, ortaggi, cereali e carni fresche. Infine c’è la Specialità tradizionale garantita: si riferisce a un’origine, ma intende valorizzare un metodo di produzione che si è perpetuato nei secoli passando di generazione in generazione. «Ma da noi ha preso poco piede», sottolinea Manfredini. Infatti nell’elenco Stg troviamo soltanto mozzarella e pizza napoletana. 

Le novità dell’ultimo regolamento riguardano l’introduzione di una seconda classe di regimi di qualità: i prodotti di montagna e quelli dell’agricoltura delle isole. Restano in ogni caso rigidi i controlli che assegnano il bollo di garanzia, affidati a un organismo apposito e con l’obbligo della supervisione del ministero dell’Agricoltura. E poi è sempre aperta la lotta alla contraffazione. «L’anno scorso si sono registrati circa 140 casi di falsificazione e sofisticazione – spiega Manfredini – che riguardano in prevalenza i cibi italiani. Ogni Nazione dell’Ue comunque si è impegnata a proteggere i prodotti certificati delle altre “sorelle”. L’attenzione deve essere molto alta. Così come deve essere salvaguardato il lavoro degli agricoltori che già sono costretti a sostenere spese alte per i costi di produzione e per i controlli di rito. Non devono rimetterci soldi per meccanismi commerciali distorti».