Difendersi da nemici senza volto

Massimo Gaggi per Corriere della Sera

I caccia si levano in volo sulle principali città americane e canadesi nel timore di un altro attacco aereo come quello dell’11 settembre 2001. Ma lo smarrimento degli investigatori davanti al Parlamento di Ottawa ricorda di più quello dei poliziotti di Boston davanti alle rudimentali bombe fatte esplodere alla maratona di un anno e mezzo fa dai fratelli Tsarnaev. Attacco di un commando ben organizzato sul piano militare come quello che colpì a Bombay o atto terroristico di«cani sciolti» come due giorni fa vicino Montreal, dove un estremista islamico, già noto alla polizia per le sue recenti manifestazioni di fanatismo, aveva investito con la sua auto due soldati uccidendone uno?

I canadesi, e con essi gli americani e tutto l’Occidente, se lo chiedono attoniti e angosciati dopo questo nuovo attacco.E scoprono che la risposta fino a ieri considerata più rassicurante, l’attacco isolato, è forse la peggiore perché la frammentazione delle organizzazioni terroristiche, la moltiplicazione delle centrali dell’odio e del fanatismo rendono difficilissimo, quasi impossibile, proteggere tutti i potenziali bersagli da tutti i potenziali terroristi.

Paradossalmente la distruzione di Al Qaeda – un’organizzazione pericolosissima, ma con un programma decifrabile – ha prodotto, grazie anche al detonatore della guerra civile in Siria, uno scenario ancora più inquietante del dopo 11 settembre. Se allora si temevano attacchi ai grandi centri politici, economici e religiosi – New York, la Casa Bianca, i luoghi-simbolo del cristianesimo – oggi bisogna prendere atto che i bersagli possono essere un’infinità: dai monumenti ai caduti, ai singoli soldati di guardia.

L’assuefazione alle immagini orrende dei massacri di donne e bambini in Siria, i video delle decapitazioni dell’Isis, raccapriccianti per tutti noi ma capaci di eccitare e motivare una frangia di fanatici, stanno creando uno scenario nuovo. Una situazione non inattesa – sono mesi che si tentano censimenti dei cittadini europei e americani andati a combattere per il «califfato» e ora di ritorno nei loro Paesi d’origine – ma alla quale nessun governo può dirsi davvero preparato.

Dei terroristi di Ottawa sappiamo finora che quello ucciso è un canadese convertito all’Islam, ma se la matrice è simile a quella dell’attacco di Montreal, si potrà argomentare quanto si vuole sulla guardia abbassata dell’apparato di sicurezza, incapace di fermare un attentatore finito nella lista degli 80 jihadisti più pericolosi. Il rischio è la moltiplicazione degli attacchi delle schegge impazzite di Al Qaeda e dei terroristi che si sono impadroniti di territori senza più Stato.

Con le democrazie occidentali che prima o poi possono trovarsi davanti a un bivio: accettare un alto livello di vulnerabilità o agire come regimi polizieschi contro estremisti giudicati pericolosi pur senza reati.