Chi ha vinto e chi ha perso le elezioni regionali: Renzi soffre, Salvini esulta, Berlusconi regge
Michele Brambilla per La Stampa
Proviamo a immaginare come hanno passato la notte i quattro principali contendenti.
Cominciamo con Renzi. Aveva detto che si sarebbe accontentato di vincere 4-3, e sembra che sia finita giusto 4-3, o forse addirittura 5-2. Ma dubitiamo che sia contento. La Liguria sembra perduta. E se è davvero perduta, per lui è un colpo al fegato.
Per tanti motivi. Primo, perché la Liguria è sempre stata un feudo della sinistra, e vedere Raffaella Paita dietro a un sorprendente Toti e poco sopra alla giovanissima Alice Salvatore del M5S, fino a qualche tempo sarebbe sembrato possibile solo alla Playstation. Secondo, perché il risultato è indiscutibilmente un grande successo per Berlusconi, che il Rottamatore s’era illuso di aver seppellito da tempo. Terzo, e più importante dei tre motivi, la sconfitta ligure nasce su autogol.
Ed è questo il vero punto dolente per il premier. Nonostante i numeri, Renzi non può dire di avere vinto. Certo il premier avrebbe buon gioco a dire che in Liguria il pasticcio l’ha combinato la vecchia sinistra, quella che quasi si compiace di perdere sempre. Spaccando il partito e candidando Pastorino, i «civatiani» (e, più in generale, tutti quelli della minoranza Pd) hanno complicato la vita alla Paita. È vero: c’è una sinistra che conferma la sua tendenza diremmo bertinottiana, o tafazziana: meglio far vincere la destra che vincere noi con un capo che non ci piace.
Però questa spaccatura nel Pd Renzi un po’ se l’è cercata. Con i suoi modi, più che con la sua politica. È passato come una ruspa salviniana su tutto ciò che era rimasto del vecchio partito, s’è attorniato solo di fedelissimi, è salito al governo con metodi diciamo così un po’ risoluti: insomma era inevitabile che il Pd implodesse, o esplodesse. Renzi dunque non ha vinto, nonostante la probabile conferma di De Luca in Campania (colpo al fegato, questa volta, a Rosy Bindi) e nonostante il (forse) 4-3 o 5-2. La sua è un vittoria guastata dai cocci lasciati dal Pd in Liguria e, probabilmente, non solo in Liguria. Anche il risultato della da sempre rossa Umbria è per il premier un motivo di grande preoccupazione.
Secondo contendente, Berlusconi. Beh, che dire? Chi l’aveva dato per morto, ancora una volta s’era sbagliato. Certo la Lega ha superato Forza Italia, ed è un dato storico. Però Toti è un capolavoro personale dell’ex Cavaliere: una sua creatura. Fino all’una di notte le notizie davano il coordinatore di Forza Italia davanti alla Paita. E poi c’è l’Umbria. Neanche ai tempi d’oro l’allora Cavaliere avrebbe mai pensato di poter essere testa a testa in Umbria.
Chi lo avrebbe detto? Queste regionali non restituiscono alla politica il Berlusconi vincente del mitico ventennio, anzi ci consegnano un Berlusconi quarto classificato tra i leader. Però un Berlusconi ancora vivo, un Berlusconi con cui pure Salvini dovrà fare i conti, se vorrà guidare un centrodestra nuovamente unito.
Ecco, Salvini, appunto. Lui è un vincitore chiaro e indiscutibile. Forse «il» vero vincitore di ieri. Intanto, il Veneto. Ora la vittoria di Zaia viene registrata come un fatto scontato. Però si dimentica che un anno fa, alle Europee, in Veneto – per la prima volta nella storia dell’Italia – aveva vinto la sinistra. E aveva vinto perché molti leghisti e berlusconiani delusi avevano votato per Renzi, un uomo di centrosinistra che parla un linguaggio molto gradito alle orecchie degli elettori di centrodestra. Dopo dodici mesi, quei voti sono tornati tutti a casa.
Poi si dimentica che c’era stata la scissione di Flavio Tosi, il sindaco leghista di Verona. Salvini, nel trattare Tosi come l’ha trattato, ha rischiato tutto. Perfino di far vincere la Moretti. Ma alla fine ha avuto ragione.
I risultati di ieri dimostrano anche che Salvini ha ormai trasformato la Lega da movimento locale a partito nazionale. In Liguria ha doppiato Forza Italia; in Toscana e Umbria ha toccato percentuali straordinarie. La Lega è ormai un partito che può trattare da una posizione di forza in una futura alleanza di centrodestra. Certo anche per Salvini adesso arriva il momento più difficile, quello in cui si deve gestire la vittoria: e per lui gestire vorrà dire, paradosalmente, doversi moderare per poter convincere tutti gli elettori di centrodestra.
Infine, Grillo. Il suo Movimento è andato molto bene. Era sparito un anno fa, ora è risorto. Non sappiamo quanto abbia da rallegrarsi personalmente, Grillo, di questa resurrezione, perché questa volta i suoi ragazzi hanno giocato senza di lui. Il comandante sembra stanco, svogliato, defilato, la campagna elettorale è stata fatta quasi esclusivamente dalle truppe. Da una parte, insomma, Grillo potrebbe subire la sindrome che provano i direttori di giornali quando vedono che le copie sono aumentate quando loro erano in ferie. Però dall’altra parte Beppe può così smentire coloro che dicevano che il M5S viveva sulle sue gag. No, il risultato di ieri dimostra invece che è una cosa seria. Certo va bene per colpa degli altri partiti, che gli offrono constantemente formidabili assist. Ma questo è un vecchio discorso.