Pmi: Dallocchio, andare all’estero con Made in Italy paga
Mf Dj
“Andare all’estero paga per le aziende che riescono a sfruttare il vantaggio competitivo del Made in Italy. Cercare di basare la propria internazionalizzazione sulla riduzione dei costi del personale non e’ vincente”.
Lo ha affermato Maurizio Dallocchio, docente presso la Sda Bocconi, presentando i risultati dell’innovativa ricerca sulle Pmi portata avanti dal suo dipartimento, “Export – L’internazionalizzazione dell’eccellenza italiana”. In particolare l’indagine e’ partita dal domanda se un’impresa abbia un vantaggio ad internazionalizzare le proprie attivita’. In seguito ci si e’ chiesti quali potrebbero essere le strategie vincenti. Il campione considerato e’ stato quello delle piccole e medie imprese italiane secondo la definizione europea, cioe’ quelle con un totale degli attivi inferiore a 40 milioni di euro a livello di bilancio separato.
Nel campione e’ stato preso in considerazione il grado di internazionalizzazione attraverso diverse proxy, come ad esempio il numero di imprese controllate all’estero esistenti, ovvero la presenza fisica delle Pmi al di fuori dei confini nazionali. Le imprese contattate, ha detto Dallocchio, “hanno partecipato con entusiasmo. Inoltre il campione in realta’ e’ molto vasto corrispondendo a circa il 20% del totale della popolazione delle Pmi italiane”. “Il focus della ricerca”, ha spiegato Dallocchio, “era la sostenibilita’ delle imprese dal punto di vista reddituale cioe’ la capacita’ di restare a lungo sul mercato: la caratteristica che permette ad un’azienda di avere successo.
La sostenibilita’ naturalmente e’ stata declinata in funzione dell’internazionalizzazione“. “Il risultato”, ha proseguito Dallocchio, “e’ stato straordinario. Non solo le aziende che hanno piu’ attivita’ all’estero sono piu’ solide delle altre, ma mostrano anche una maggiore redditivita’. emersa una relazione positiva e significativa”. “Inoltre”, ha sottolineato il docente, “le imprese che hanno un maggior grado di internazionalizzazione verso i Paesi emergenti, in Asia o in Europa dell’Est, sono quelle che hanno totalizzato un ‘punteggio’ minore rispetto a quelle che invece hanno diretto i loro sforzi verso mercati maturi come quelli americani. Il motivo e’ che il costo del lavoro, cioe’ la qualita’ del lavoro, non e’ un vantaggio competitivo forte come ricercare un mercato che valorizza le proprie competenze distintive”. “Sono emersi anche altri due punti”, ha proseguito Dallocchio, “esiste una relazione inversa tra chiusura del capitale e internazionalizzazione e non c’e’ alcuna relazione tra l’anzianita’ di un’impresa e il suo grado di internazionalizzazione”. In altre parole l’apertura della proprieta’ aiuta a sfruttare mercati non domestici e il processo di espansione all’estero non solo non e’ collegato con gli anni di vita di un impresa ma anzi, ha concluso il professore, “probabilmente e’ vero il contrario. Piu’ un’azienda e’ giovane, piu’ puntera’ verso nuovi canali che sono inevitalmente quelli globali”.