Obama: «L’America è risorta, la crisi è alle nostre spalle»

Istruzione, cure per l’infanzia e salari. Nel suo discorso annuale all’America il presidente rilancia l’offensiva, spinto dai dati positivi sull’economia e sul suo gradimento

Massimo Gaggi per Corriere della Sera

Barack Obama al discorso sulla Stato dell’Unione (Reuters) Barack Obama al discorso sulla Stato dell’Unione (Reuters)
«Le ombre della crisi sono alle nostre spalle, l’America è in salute. E’ tempo di pensare all’equità: vogliamo lasciare che siano in pochi ad arricchirsi in modo spettacolare o cerchiamo di costruire un’economia capace di premiare tutti quelli che si impegnano?». E’ un Barack Obama di nuovo ottimista e anche spavaldo quello che si è presentato al Congresso e al Paese per pronunciare l’annuale discorso sullo Stato dell’Unione.

All’improvviso sembra essere svanito il presidente cupo e un po’ rancoroso dei mesi scorsi, segnati da un continuo calo di popolarità e dalla sconfitta elettorale di proporzioni storiche del voto di “mid term” dello scorso novembre. Questo di “State of the Union” avrebbe dovuto essere il momento più difficile per il leader democratico, per la prima volta di fronte a un Parlamento dominato dai suoi avversari. E invece nella notte politica di Washington le parti sembrano rovesciate: rincuorato dai positivi dati economici e dal suo recupero nei sondaggi demoscopici, Obama si prende il merito della ripresa dell’occupazione (più 11 milioni di posti di lavoro), dell’aumento dei diplomati e dei laureati, dei 10 milioni di americani in più che oggi sono assicurati contro le malattie grazie alla sua riforma sanitaria, del dimezzamento del deficit pubblico e del raddoppio dei valori di Borsa. E dichiara l’intenzione di annientare l’Isis.

Obama promette che gli Usa combatteranno il terrorismo anche agendo «unilateralmente» e chiede al Congresso di autorizzare l’uso della forza contro le organizzazioni criminali, affermando l’impegno della sua amministrazione: «Continueremo a dare la caccia ai terroristi e a smantellare le loro reti: ci riserviamo il diritto di agire unilateralmente nel caso di minacce dirette contro di noi o i nostri alleati». «Annienteremo Isis», assicura Obama, «e oggi chiedo al Congresso di mostrare al mondo che siamo uniti approvando una risoluzione per l’uso della forza».

E, già che c’è, si attribuisce anche qualche merito nel boom petrolifero (in realtà frutto dell’attività di gruppi privati che hanno usato una tecnologia, il fracking, sviluppata al di fuori di ogni programma pubblico) che ha fatto scendere il prezzo della benzina fino a mezzo dollaro al litro. Più ancora della riduzione della percentuale di disoccupati, è questo calo, che fa risparmiare mediamente 750 dollari l’anno a ogni famiglia, ad aver fatto cambiare umore agli americani. Un quadro che consente a Obama di ritrovare la sicurezza smarrita nei mesi scorsi e di lanciare con forza un’offensiva a sostegno del ceto medio fatta di sgravi fiscali alle famiglie, contributi per i figli, “community college” gratuito per tutti.

Blanda, per ora, la reazione dei repubblicani: sapevano da tempo che il presidente avrebbe seguito questa linea, hanno respinto il suo piano, ma non hanno usato toni troppo duri, consapevoli che quelle della lotta contro la povertà e della riduzione delle forti disparità nella distribuzione della ricchezza sono esigenze sentite dalla grande maggioranza degli americani, repubblicani compresi. Il tradizionale discorso di replica al presidente, la destra l’ha affidato a una recluta: la neosenatrice dell’Iowa Joni Ernst. Un personaggio giovane, simpatico, fresco. Che ha parlato molto delle sue umili origini contadine e del suo servizio militare in zone di guerra, mentre sui temi della serata si è limitata a rinfacciare ad Obama il suo “no” al gasdotto Keystone e a promettere di demolire la sua riforma sanitaria. Per il resto si è limitata a promettere che i repubblicani saranno costruttivi cercando accordi sulla revisione del sistema fiscale, a patto che non comportino aumenti delle tasse. Ieri sera, insomma, Obama ha incassato i dividendi di una ripresa economica che fin qui non aveva cambiato lo stato d’animo degli americani nei suoi confronti.

I repubblicani pagano gli affrettati giudizi liquidatori degli anni scorsi sulla sua politica economica (Obama si è potuto permettere anche di fare l’occhietto dal palco, mentre ricordava di quando i conservatori gli dicevano che la sua ricetta era troppo ambiziosa e che avrebbe prodotto risultati disastrosi). Ma scontano anche l’assenza di leader di un peso politico comparabile a quello del presidente e dotati di una dialettica altrettanto convincente. Perse le elezioni a novembre, Obama ha deciso che l’unico modo per non restare sepolto sotto la valanga repubblicana era quello di andare all’attacco: l’offensiva delle scorse settimane l’ha premiato sul piano dei sondaggi e, quindi, lui ha deciso di insistere. E ha letteralmente stravinto quando, contestando il rifiuto dei repubblicani di approvare l’aumento del salario minimo, gli ha detto: “Provate voi a mandare avanti una famiglia con 15 mila dollari l’anno. E, se non ci riuscite, votate questa legge”.

Ma Obama deve stare attento a non far irritare troppo i repubblicani, se vuole la loro collaborazione sugli accordi commerciali con l’Asia e l’Europa e, forse, sui correttivi al sistema fiscale. E’ difficile, ma i conservatori non l’hanno escluso. La finestra a disposizione della Casa Bianca, però è stretta: per una vera attività di governo restano poco più di sei mesi, Dopo l’estate la politica penserà solo alla stagione elettorale che inizierà tra meno di un anno, quando si metterà in movimento il circo delle primarie.