QUIRINALE: UNA CORSA TROPPO AFFOLLATA
Massimo Franco per Corriere della Sera
Il cosidetto «toto Quirinale» è sempre esistito. È un rito quasi inevitabile quando si cambia capo dello Stato. Ed ha contorni ambigui: un po’ promozione, o autopromozione, e un po’ tritacarne. Ma stavolta l’ultimo aspetto rischia di diventare preponderante. Più che ad una gara di previsioni divertente e un po’ spregiudicata, stiamo assistendo ad uno stillicidio di candidature. E non sempre risulta chiaro se nascano da aspirazioni personali a succedere a Giorgio Napolitano, o da indiscrezioni pilotate dall’alto: magari solo per misurare le reazioni, «consumare» alcuni nomi in anticipo, e insieme confondere le acque sulle vere intenzioni di chi ha il potere di decidere.
Se esiste una regia, il dubbio è che sia partita molto presto, perché all’inizio del voto a Camere riunite mancano ancora due settimane. Lanciando un candidato al giorno, uomo o donna, aumenta il rischio di bruciare nel mucchio figuranti e potenziali protagonisti. Ma aumentano anche le probabilità che la situazione sfugga di mano a chi promuove questo sondaggio logorante. Il Pd e la stessa Forza Italia, architravi del patto che dovrebbe portare all’elezione al quarto scrutinio, quando basterà la maggioranza assoluta dei voti, sono tutt’altro che granitici. Lo scarto deciso ieri dai berlusconiani sulla riforma elettorale, soprattutto, è un avvertimento. Dice al premier e allo stesso leader di FI quanto siano profondi i malumori in quel partito, e dunque in bilico i voti dei suoi parlamentari in assenza di una candidatura «di garanzia». I nomi che continuano a uscire moltiplicano aspettative destinate tutte ad essere frustrate, tranne una. L’impressione è quella di un Matteo Renzi che intensifica i contatti senza però chiudere un vero accordo con nessuno. La tattica testimonia la sua abilità, ma potrebbe anche acuire le diffidenze: come se avesse lasciato balenare la sagoma del Colle davanti agli occhi di troppi pretendenti.
Il problema è chi sopravviverà a una esposizione continua a veti e interdizioni che accentuano l’immagine di un Parlamento ingovernabile e di un presidente della Repubblica «ineleggibile». Probabilmente è una preoccupazione esagerata, che sarà smentita dalla capacità di offrire una prova di unità su una scelta di prestigio. Esprimerla può servire tuttavia ad esorcizzare la prospettiva di uno spettacolo simile a quello a cui l’Italia ha dovuto assistere meno di due anni fa; e conclusosi con la rielezione di Napolitano, quasi per disperazione. Benché le tribù interne si agitino, il Pd sa di non potersi permettere di sbagliare di nuovo. Ma viene da chiedersi se sull’altare della compattezza del maggior partito si inginocchieranno docilmente sia gli avversari, sia quanti si sono illusi, a torto o a ragione, di essere i predestinati al Quirinale. Più ce ne saranno, più il loro voto di delusi potrà incidere sull’esito finale. Per questo ci si aspetterebbe una rotta di avvicinamento al 29 gennaio più prudente e meno tesa ad accendere vanità che possono bruciare indiscriminatamente vere e false candidature. La storia insegna che le elezioni del capo dello Stato seguono quasi sempre dinamiche imprevedibili. Anticipano gli equilibri del sistema, più che fotografarli staticamente. E tendono a sottrarsi a qualunque regia: tanto più a quelle che puntano a maneggiare il caos per arrivare al capo dello Stato voluto. In un Parlamento come l’attuale, il pericolo e l’esito paradossale potrebbe essere un presidente eletto quasi per caso , se non «a dispetto».