Accordo su capitali nascosti, costerà meno riportare i soldi in Italia
Francesca Basso per Corriere della Sera
L’uscita dalla Black list
L’accordo con la Svizzera porterà Berna a uscire dalla «black list» dei Paesi che l’Italia considera non collaborativi dal punto di vista fiscale e l’effetto su chi decide di aderire alla voluntary è che non subirà il raddoppio delle sanzioni e del periodo di accertamento. «Il risultato sarà in molti casi il sostanziale dimezzamento del costo dell’operazione di regolarizzazione — spiega Marco Cerrato, avvocato dello studio Maisto — e rappresenterà quindi un ulteriore incentivo. La voluntary disclosure porterà all’Italia un maggior gettito non solo nell’immediato, perché saranno tassati i rendimenti futuri dei capitali rientrati. Inoltre l’uscita di Berna dalle black list fiscali, facendo venir meno una importante restrizione, costituirà un segnale che molti operatori industriali e finanziari svizzeri coglieranno per avviare o incrementare investimenti in Italia». Dei 150-200 miliardi detenuti all’estero dai nostri connazionali, la percentuale ospitata da Berna è la più alta. «L’85% dei patrimoni italiani oltreconfine è in Svizzera», spiega Giovanni Bandera, commercialista partner di Pedersoli e Associati.
Il nodo degli intermediari
Se l’accordo con Berna spinge alla regolarizzazione, resta il problema del ruolo degli intermediari. «Ora il ministero dell’Economia — prosegue Bandera — deve chiarire esplicitamente che l’istruttoria di una pratica di voluntary disclosure non implica alcun obbligo di segnalazione di operazioni sospette come fu fatto con gli scudi fiscali». Sul rientro dei capitali avrà un certo peso anche il fatto che Berna ha sganciato il franco svizzero dall’euro. «È un’arma a doppio taglio per le plusvalenze latenti» secondo Fabrizio Vedana, vicedirettore generale dell’Unione fiduciaria: «Una forte spinta ad aderire alla regolarizzazione e a lasciare lì i patrimoni, a meno che non si voglia monetizzare subito».