Rapporto degli 007: Ecco i rischi terrorismo per l’Italia
da Repubblica
Per l’Is, l’attacco a Charlie Edbo è stato considerato un successo. Lo rivelano fonti dell’intelligence italiana che hanno predisposto un report sull’allarme terrorismo in Italia, rivisto all’indomani degli attentati di Parigi. Si tratta di una analisi riservata per il governo, il Parlamento, il Copasir. L’Is, pur festeggiando l’attacco a Parigi, in questo momento risulta, stando agli 007, in difficoltà soprattutto economiche. La politica commerciale dell’Arabia Saudita – in asse con Egitto, Israele, Emirati Arabi – di abbassare il prezzo del petrolio (quasi allo stesso prezzo di quello venduto di contrabbando dal Califfato), ha svuotato le casse all’Islamic State.
Obiettivo Italia. Per quanto riguarda il rischio che corre l’Italia, l’intelligence – che smentisce voci di attentati in preparazione contro San Pietro e la metropolitana di Roma – misura il livello di esposizione attraverso tre indicatori.
Primo. Il fatto che l’Is abbia come grido di battaglia “la conquista di Roma”. E che abbia rivolto più volte minacce al nostro Paese: negli audiomessaggi del primo luglio e del 22 settembre (“distruggeremo la croce”), nel video del 18 ottobre (sullo sfondo dell’esercito dell’Is si stagliano immagini dei monumenti più famosi di Roma e della Torre di Pisa), e nella copertina del quarto numero della rivista Dabiq, con la bandiera nera del Califfato sull’obelisco di piazza San Pietro. Questa scelta i propaganda mediatica contro l’Italia proietta inevitabilmente il nostro Paese in prima linea tra gli obiettivi dell’immaginario jihadista.
Secondo. Ci sono segnali di un crescente sostegno alla propaganda jihadista da parte del cosiddetto mondo degli internauti homegrown (stranieri di seconda generazione) che vivono in Italia.
Terzo. Il noto fenomeno dei foreign fighter, tra le cui fila compare per la prima volta una donna. In estrema sintesi, per i servizi segreti in Italia si sta vivendo una situazione di rischio preoccupante, ma ancora contenuta rispetto ad altri Paesi europei.
I telepredicatori. L’attenzione dei nostri 007 è rivolta alla propaganda di alcuni telepredicatori particolarmente influenti tra neo convertiti italiani. È il caso ad esempio dell’imam bosniaco Bilal Bosnic e dell’italo-australiano Robert Musa Cerantonio (arrestato di recente all’estero).
La propaganda sui social. La retorica salafita-jihadista ha fatto colpo soprattutto tra i giovani, il cui coinvolgimento emotivo in crescita lo si monitora sui social network. Non a caso è stato creato un gruppo Facebook ad hoc (mentre la pagina Musulmani d’Italia, con 5mila like, è diventata uno dei principali spazi virtuali della proèpaganda pro Is). Sono stati pubblicati in rete link per scaricare immagini di al-Baghdadi, il califfo dell’Is, il nuovo Bin Laden. Alcuni internauti hanno adottato la bandiera nera sul profilo personale, diversi post invitano a rinnegare la cittadinanza italiana e a imboccare la strada del martirio. Gli internauti filo islamisti sono per lo più nel nord Italia, quasi tutti maschi anche se sono in crescita la cosiddette islamonaute.
Platea di giovani, anche adolescenti. La platea dei fan del califfato è composta sempre da più giovani la cui età arriva fino alla sfera degli adolescenti. Sono i più esposti in quanto più fragili psicologicamente, meno acculturati, e per questo attratti dalla carica anti-sistema del jihadismo. Tra gli obiettivi della propaganda, cittadini originari del Nordafrica e dell’area dei Balcani.
Le moschee sotto controllo. L’intelligence ritiene che alcuni centri di culto influenzino la rinascita all’islam radicale, come alcune moschee di orientamento salafita: l’Istituto Culturale Islamico di Milano, con il circuito legato all’ex scuola coranica di via Quaranta, alla moschea di via Giusti a Varese, alla moschee di via Domenico Pino a Como, di Ponte delle Alpi di Belluno, di El Huda di Roma, di Piazza Larga di Napoli, e di Sellia Marina di Catanzaro. Ai margini di questi centri di preghiera, chiosano i srevizi segreti, allignano nicchie di oltranzismo ideologico-religioso sensibili alla probaganda dell’Is.
I foreign fighter. L’intelligence dedica un capitolo ai mujahiddin per fare finalmente chiarezza su questo argomento spesso oggetto di equivoci e polemiche. All’inizio del conflitto, sono partiti verso il teatro del conflitto siriano 15 persone nate in Italia (homegrown nordafricani, balcanici e italiani convertiti), un terzo dei quali morti, che rappresentano lo 0,7 per cento rispetto ai circa 2mila dell’Europa (19% partiti dall’Inghilterra, altrettanti dalla Germania, il 17% dalla Francia e il 14% dal Belgio). A questi vanno aggiunti 25 foreign fighter, la metà tunisini, che, pur non essendo partiti dal nostro Paese, hanno avuto legami con l’Italia in passato. E altri 13 oppositori siriani, che vivevano tra Como e Milano. Tra gli elementi di novità di questo elenco, spicca la presenza di una donna, nome di battaglia Farima Zahra, 27 anni, convertita, e del bolognese Giampiero F., che non ha raggiunto il fronte in quanto arrestato in Kurdistan.
Il reducismo. Dei 53 foreign fighter censiti, nessuno attualmente ha fatto ritorno in Italia, ad eccezione di Eldin H., cittadino kosovaro di 26 anni residente a Bolzano che, però, non risulta mai arrivato sul teatro di guerra: un suo familiare avrebbe pagato all’organizzazione di reclutatori un riscatto purché venisse “rispedito” in Italia.
L’ex detenuto di Guantanamo. Anni fa, ai tempi i Al Qaeda e delle Torri Gemelle, 35 cittadini italiani, quasi tutti originari del Nord africa, furono arrestati in Afghanistan e poi detenuti nel carcere di Guantanamo. Di questi, 4 o 5 sono rientrati in Italia. Ebbene, tra i 25 partiti per la Siria a combattere tra le fila dell’Is figura anche uno di quei 35 ex detenuti di Guantanamo. Si tratta di Abdelkader Ben Moez Fezzani, ex estremista tunisino oggi legato alla formazione terroristica Ansar al Sharia.