Chérif e Said, chi sono i due fratelli ricercati per la strage a Charlie Hebdo
da Corriere della Sera
I volti dei tre sospetti killer di «Charlie Hebdo»
Chérif, il rap, le ragazze e la moschea
In particolare il maggiore, Chérif, è stato condannato nel 2008 a tre anni di prigione per il coinvolgimento in una rete di reclutamento internazionale di jihadisti da inviare in Iraq, denominata «Buttes-Chaumont» dal nome del parco parigino nel 19esimo arrondissement dove erano soliti incontrarsi. Una cricca che gravitava intorno alla moschea di rue de Tanger, guidata dal predicatore Farid Benyettou, condannato a sei anni di carcere. All’epoca Chérif viene descritto più come un teppista che come un giovane indottrinato. «Il mio cliente è stato manipolato», «fuma, beve e si interessa di calcio, un bersaglio ideale per i predicatori islamici», disse il suo avvocato Vincent Ollivier, quando Chérif venne preso, poco prima di partire per la Siria, tappa di avvicinamento verso l’Iraq. In un reportage mandato in onda nel 2005 su France 3 nel programma di giornalismo d’inchiesta «Pièces à conviction» dedicato al terrorismo, il ragazzo appariva normale, con desideri simili ai tanti coetanei del quartiere, amante del rap, più interessato alle ragazze che alla moschea.
«È un bene morire da martire»
L’inchiesta, diffusa in seguito al suo arresto legato ad un invio di combattenti in Iraq, racconta il suo indottrinamento. Attraverso alcune frasi del documentario, riporta Le Parisien, è possibile però ricavare indicazioni su come Chérif Kouachi fosse all’epoca deciso a morire da martire. Presentato come uno «studente diligente» di Farid Benyettou, predicatore del XIX arrondissement di Parigi che preparava volontari da mandare a combattere in Iraq, prima che la sua filiera fosse smantellata, Kouachi aveva precisato in cosa consistesse il suo “apprendimento”: «Farid – raccontava il ragazzo – ci ha parlato dei vantaggi degli attentati suicidi. È scritto che è un bene morire da martire». «Grazie ai consigli di Farid, i miei dubbi sono svaniti. Avevo paura, ma non gliel’ha detto – raccontava ancora Kouachi – Farid ha influenzato la mia partenza, nel senso che ha dato una giustificazione per la mia futura morte». All’epoca il giovane aveva già comprato un biglietto per la Siria.
La condanna a tre anni
L’incontro con l’emiro Benyettou cambia le cose, i semi della violenza vengono istillati e nasce il progetto di partire per il Medio Oriente. La preparazione è però contraddistinta dall’approssimazione, un certo dilettantismo che comprende jogging nel parco e un incontro fugace con una specialista di armi che gli insegna a maneggiare un kalashnikov. Secondo un educatore interpellato all’epoca, il giovane si era reso conto troppo tardi di essere stato circuito e arruolato dal suo mentore senza essere pienamente cosciente del gesto e delle sue implicazioni. Condannato a 3 anni, ridotti a 18 mesi con la condizionale, per Chérif, proprio il periodo del carcere di Fresnes sembra essere coinciso con l’indottrinamento.
Said e il viaggio in Siria
Il giovane una vola uscito viene trovato «cambiato» da quelli che gli sono vicini. Nel 2010, il suo nome spunta fuori nuovamente legato al progetto di evasione di Smain Ait Ali Belkacem, membro del Gruppo islamico armato (Gia) algerino, condannato all’ergastolo per l’attentato alla metropolitana di Parigi nel 1995, ma la sua posizione viene stralciata. È in questo periodo che i servizi dell’anti-terrorismo vedono apparire al suo fianco il fratello Said, ma senza molti altri elementi, tranne un’indicazione di un periodo in Siria quest’estate, fino al loro ritorno sulle scene, pesantemente armati, mercoledì 7 gennaio 2015.




