Un fondo per le grandi crisi. Il primo laboratorio a Taranto
Fabio Tamburini per Corriere della Sera
I riflettori della cronaca sono accesi sull’entrata dell’Ilva in legge Marzano ma la partita è sulla fase successiva, quella che si aprirà un minuto dopo la nascita della nuova Ilva. Le verifiche riguardano l’opportunità di affidare il rilancio a un fondo per le ristrutturazioni industriali in grado di coinvolgere capitali privati e risorse manageriali adeguate, cogliendo l’occasione per completare la gamma di strumenti d’intervento a disposizione del governo. L’Ilva diventerebbe il laboratorio per mettere a punto un meccanismo estendibile ad altre aziende in crisi.
La decisione finale dev’essere ancora presa ma l’argomento è presente nelle riflessioni a cui partecipano la presidenza del Consiglio (a partire dallo stesso Matteo Renzi e dal sottosegretario Graziano Delrio), i suoi consulenti (l’ex amministratore delegato di Luxottica, Andrea Guerra, e l’advisor per l’economia Marco Simoni), esponenti del ministero del l’Economia e di quello per lo Sviluppo economico. Un contributo importante è della Cassa depositi e prestiti (Cdp), con l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini, e Maurizio Tamagnini, che guida il Fondo strategico italiano (Fsi).
L’ipotesi è la creazione di un fondo specializzato in turnaround, ma con la volontà di evitare un doppio rischio: la rinascita della Gepi o perfino dell’Iri. Il primo è quello di una finanziaria approdo per imprese decotte, mentre l’altro sarebbe quello di un ente troppo grande e pubblico per rispondere alle esigenze attuali. Per questo sono necessari criteri stringenti e che tengano nel tempo. Sotto questo aspetto Cdp e Fsi stanno funzionando bene, con statuti che delimitano le modalità d’intervento, escludendo il loro coinvolgimento nei casi di aziende in crisi.
Un modello studiato con attenzione è quello inglese. Il riferimento è alle agenzie per il rilancio d’imprese manifatturiere che utilizzano fondi pubblici come volano per il coinvolgimento di capitali privati. Proprio questo è lo strumento operativo a cui si sta pensando. L’obiettivo è creare le condizioni affinché il fondo possa andare sul mercato dei capitali coinvolgendo privati, investitori istituzionali e banche su singole iniziative, per esempio il rilancio dell’Ilva, oppure nel progetto complessivo. La possibilità è che ciò avvenga anche con la sottoscrizione di quote societarie. Il presupposto sono interventi limitati nel tempo e con gestione privatistica delle aziende sotto cura, anche per evitare la scure della Ue se l’operazione venisse classificata come aiuto di Stato.
L’altra funzione fondamentale è la selezione di risorse manageriali. Soluzioni del genere erano state auspicate nel corso dei lavori della task force sulla reindustrializzazione voluta dalla ministra per lo Sviluppo economico, Federica Guidi. E, in particolare, se n’era fatto portavoce Roberto Crapelli, l’amministratore delegato della Roland Berger italiana, società di consulenza.