RUSSIA: IL RITORNO A GIOCHI ANTICHI
Angelo Panebianco per Corriere della Sera
Serve un compromesso che dia garanzie di autonomia ai russofili dell’Ucraina dell’Est, ma anche garanzie di legami con l’Occidente alla maggioranza ucraina. Nessun compromesso può reggere se calpesta le aspirazioni delle persone. Perché ci si arrivi occorre che gli occidentali sappiano usare fermezza. Senza di che, Putin può pensare di ottenere comunque ciò che vuole.
Ma gli europei sono divisi. Da un lato, c’è la Gran Bretagna, con gli scandinavi, i baltici e gli altri Paesi ex comunisti che invocano la linea dura. È vero che la Gran Bretagna è allineata agli Stati Uniti, ma sta anche giocando un ruolo che le è congeniale e che ha svolto per secoli: di contrasto alle minacce egemoniche continentali. Ci sono poi, allineati agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna, quelli che stavano sotto il tallone sovietico e che odiano e temono i russi. Chi può dar loro torto?
Al polo opposto, rispetto al partito della fermezza, troviamo l’Italia, la più morbida con Putin. Non sarà l’antico «Franza o Spagna» ma un po’ vi somiglia: le sanzioni ci danneggiano, dobbiamo accordarci ad ogni costo, e tanti saluti alla Crimea e al resto. In mezzo, con diverse sfumature, stanno i restanti Paesi europei. Ma se si vuole un buon compromesso sull’Ucraina, la compattezza è d’obbligo. In una prospettiva più ampia, non dovrebbe sfuggire che siamo ora tutti impegnati in un antico gioco, che ha per posta l’egemonia sull’Europa. Gli europei non si unificheranno politicamente molto presto (se mai lo faranno). Il che significa che anche in futuro avranno bisogno, per la loro sicurezza, di un Lord protettore.
Ci sono forti correnti di simpatia per Putin in Europa, ci sono europei che troverebbero accettabile sostituire la Russia agli Stati Uniti nel ruolo di Lord protettore. Era ciò che volevano anche i filorussi occidentali ai tempi dell’Urss. Si pensi all’ultimo grande braccio di ferro (anni Ottanta): sulla questione dei missili Cruise e Pershing che gli occidentali decisero di schierare per riequilibrare i missili sovietici. C’era il rischio di un possibile decoupling (il distacco dagli Stati Uniti) e della «finlandizzazione» dell’Europa. Ciò che appunto volevano coloro che riempivano piazze e strade europee contro gli euromissili. I filorussi di oggi non hanno le motivazioni ideologiche di un tempo (se ne trovano a destra come a sinistra) ma mantengono una forza ragguardevole. In forme mutate, decoupling e «finlandizzazione» restano sullo sfondo. Anche se la Russia è economicamente debole, la sua forza militare e le sue dimensioni, a fronte di un’Europa disunita, non lasciano dubbi su chi condizionerebbe maggiormente chi, una volta consumato il distacco fra Europa e Stati Uniti.
C’è una relazione che dovrebbe essere evidente (ma non lo è per tutti) fra il ritorno dell’autoritarismo in Russia e il ritorno dell’imperialismo russo. L’autoritarismo di Putin ha risuscitato il nazionalismo (garanzia di continuità e di durata del suo potere) e le tradizionali visioni e ossessioni geopolitiche della Russia zarista e poi sovietica. Vero che ci sono stati errori occidentali (nella vicenda ucraina e non solo), vero che il comportamento di Putin ha anche giustificazioni dovute al fatto che l’Occidente ne ha a lungo sottovalutato le esigenze. Ma, ciò riconosciuto, resta il legame fra l’autoritarismo interno e l’aggressività in Europa. Il gruppo di Gorbaciov fece la rivoluzione alla fine degli anni Ottanta perché, mirando alla democratizzazione dell’Urss, non temeva, a differenza dei predecessori, un attacco americano. Se così non fosse stato, non avrebbe mai accettato l’unificazione tedesca.
Il senso di accerchiamento e la paura di (impossibili) attacchi occidentali a freddo, sono propri delle élite autoritarie russe, non di quelle democratiche. È falso che la Russia sia oggi «fuori dalla storia».
È invece un perfetto prodotto della propria storia.