L’Europa disunita e immobile attende la scossa di Draghi

Il balzo Usa avrà l’effetto di polarizzare pro e anti-rigoristi. La Fed e il governo di Washington hanno corso dei rischi e hanno saputo assumerseli

em>Paola Pica per Corriere della Sera

Il dato di martedì si presta a una considerazione quasi ovvia: in Europa è stato percorso un sentiero assai diverso, se non opposto, a quello intrapreso negli Stati Uniti da Obama e dalla Federal Reserve di Ben Bernanke prima e di Janet Yellen poi. Per tante evidenti ragioni, le politiche monetarie ed economiche non potevano che essere diverse.

A cominciare dal fatto che gli Stati Uniti sono un’unica entità federale e l’Europa un’insieme non omogeneo di 28 sovranità. Di queste, 18 partecipano alla moneta unica «con la prima fondamentale preoccupazione – osserva Carlo Secchi, già rettore dell’Università Bocconi e parlamentare europeo – di non “sforare” sui conti pubblici. Tutti faticano a star dentro al famigerato 3% mentre ognuno sospetta dell’altro».

Ma la vera distanza sembra essere «la spregiudicatezza», come la definisce Secchi, ma potremmo chiamarla coraggio, e persino fiducia, con la quale gli Stati Uniti hanno saputo «prendere il toro per le corna nel 2008» e reagire a una crisi della quale in Europa non si vede ancora il fondo, mentre la disoccupazione ha distrutto la vita di milioni di persone. «La Fed e il governo di Washington hanno corso dei rischi e hanno saputo assumerseli – afferma ancora Secchi – perché l’esito delle politiche di espansione non era scontato in anticipo».

E ancora, quel +5% segnato dagli Usa avrà il sicuro effetto di polarizzare rigoristi e anti rigoristi europei, come del resto si è visto sin dalle prime reazioni anche in Italia.

E il confronto tra chi sostiene la necessità di osare sugli investimenti anche a costo di sopportare qualche turbolenza sui mercati, e chi no, rischia di avvitarsi. «Pur comprendendo le ragioni dei rigoristi oggi rappresentati soprattutto dalla Bundesbank, è possibile togliere il freno dalle spese per gli investimenti scomputandole dal calcolo per i parametri. Non ultima, sarebbe buona cosa che l’Europa abbandonasse le incomprensibili perplessità sui trattati transatlantici: facilitare gli scambi conviene prima di tutto a noi».

In questo quadro, la prima missione al limite del possibile di Draghi è quella di resuscitare un po’ d’inflazione per evitare di sprofondare in una nuova recessione. E chissà sei i dati sull’inflazione attesi nei prossimi giorni con giustificato timore nell’eurozona basteranno ammorbidire le posizioni a Berlino.