Turchia, in manette decine di giornalisti

Marta Ottaviani per La Stampa

Per la Turchia, ormai, è già diventata “l’alba del 14 dicembre”. Questa mattina, in una Istanbul grigia e alle prese con i primi freddi invernali, la polizia ha fatto irruzione, nella capitale e in altre zone del Paese, in media controllati da Fetullah Gulen, filosofo islamico e a capo di una corrente della destra islamica turca contrapposta a quella guidata dal presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan. Il bilancio, fino a questo momento, è di almeno 23 giornalisti arrestati. Sulla lista ce ne sarebbero altre decine. Fra le persone finite in manette oggi, c’è anche il direttore dell’emittente Samanyolu, Hidayet Karaca.

La polizia ha invece fallito nel tentativo di arrestare Ekrem Dumanli, il direttore del quotidiano Zaman, di propreità di Gulen e uno dei giornali più letti nel Paese. Al loro arrivo, infatti, le forze dell’ordine hanno trovato ad attenderli oltre 500 persone con cartelli che recavano la scritta «giù le mani dalla libertà di stampa». Fra questi c’era anche l’ex stella del calcio turco, Hakan Sukur, che era stato candidato nel 2007 alle politiche nell’Akp, il Partito islamico-moderato per la Giustizia e lo Sviluppo di Erdogan, quando la guerra fra le due ali della destra islamica turca non era ancora scoppiata.

Arrivano intanto le prime reazioni del mondo politico. Il leader del Chp, il Partito Repubblicano del Popolo e maggiore formazione dell’opposizione, Kemal Kilicdaroglu, ha detto che è in corso un golpe e che la sua formazione politica non permetterà mai che venga portato a termine. Molto più prudente il vicepremier, Numan Kurtulmuş, uomo molto vicino al Presidente Erdogan e al premier Ahmet Davutoglu, che ha sottolineato: «Aspetto l’esito delle indagini, parlare ora sarebbe inappropriato».

Quella di stamattina è la cronaca di un raid anunciato su Twitter giovedì notte. A farlo era stato Fuat Avni, misterioso utente della rete, che aveva previsto l’arresto di 400 persone fra cui 150 giornalisti. Avni, la cui identità è ignota a tutti, è celebre per aver previsto altre mosse del presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Ma questa volta in molti credevano avesse sbagliato. Ieri sera, invece, il misterioso informatore della rete, aveva twittato che il raid era stato rimandato a oggi, allertando così migliaia di persone.

Da mesi Erdogan ha dichiarato guerra al cosiddetto “Stato parallelo”, accusato di voler sovvertire il suo potere e il cui capo indiscusso è Fetullah Gulen, pensatore islamico che da anni vive in auto esilio negli Stati Uniti. Un tempo Gulen ed Erdogan erano grandi amici, tanto che il filosofo islamico, che è anche un importante uomo di affari, aveva finanziato le prime campagne elettorale del leader islamico moderato. Poi qualcosa si è rotto, dando vita a una vera e propria guerra senza esclusioni di colpi all’interno della destra islamica turca.

Il 17 dicembre dello scorso anno, una maxi retata aveva dato vita a quella che era stata chiamata la “Tangentopoli turca”. Erano finiti in manette i figli di due ministri e l’inchiesta aveva riguardato anche il figlio dell’allora premier Erdogan. L’inchiesta aveva segnato l’inizio ufficiale della guerra fra Erdogan e Gulen, accusato di controllare parte della polizia e della magistratura, ed è stata soffocata nei mesi grazie ad arresti e a rimozioni di giudici e funzionari di polizia dai loro incarichi. Da mesi in Turchia vengono arrestate persone accusate di fare parte di questo “Stato parallelo”. Oggi, a quasi un anno di distanza dal 17 dicembre, sembra iniziata ufficialmente la vendetta di Erdogan.