Gasdotto South Stream: stop della Russia

Pubblico con piacere l’articolo dell’amico Stefano Agnoli, giornalista del Corriere ed esperto di energia, sul caso “South Stream”. Un ambizioso progetto per rifornire l’Europa di Gas Russo aggirando l’Ucraina e i suoi problemi. Progetto da sempre osteggiato dagli USA. Questo stop, da tempo nell’aria, è una sconfitta anche per l’Europa che vede perdere un’occasione importante di sviluppo e diversificazione degli approvigionamenti, evitando il passaggio del gas dalla riottosa Ucraina. La fine del progetto è un danno anche per l’italiana Saipem, che vede così probabilmente sfumare una commessa di 2,4 miliardi di dollari con conseguenze anche sull’indotto delle nostre imprese italiane. Sembra che l’Europa si diverta a farsi del male, prima con le demenziali sanzioni alla Russia e ora come vero artefice di questo stop.

Rublo, petrolio, sanzioni. Così il Cremlino ha ceduto

Stefano Agnoli per Corriere della Sera

Che cosa accadrà ora che sul «gasdotto della discordia» (tra la Russia e l’Occidente) cala il sipario? Curioso intanto: chi è al lavoro è spesso l’ultimo a sapere. Proprio ieri, poche ore prima dello sfogo di Putin, la nave posatubi della Saipem Castoro Sei levava gli ormeggi dal porto bulgaro di Burgas per dirigersi verso Anapa, costa russa del Mar Nero e punto di partenza (ormai virtuale) del progetto.

La società italiana (43% Eni) ha in tasca un contratto di 2,4 miliardi di dollari per la costruzione del tratto sottomarino del South Stream, la «corrente del Sud». In qualche modo la sua posizione è sicura: se l’opera dovesse saltare scatteranno le protezioni contemplate dal diritto commerciale internazionale.

Altrettanto sicura è l’Eni, che possiede il 20% della società che ha affidato l’incarico di costruire il tratto offshore (la russa Gazprom ha il 50%, la francese Edf e la tedesca Basf il 15% ciascuno) e che da tempo ha ridimensionato il suo impegno a non più di 600 milioni di euro. Il gruppo di Claudio Descalzi dal 2012 può avvalersi di un paio di clausole che gli consentono di vendere le sue azioni a Gazprom e di abbandonare senza danni la partita.

Entrambe si stanno verificando: a causa delle sanzioni Ue-Usa agli istituti russe il progetto non si sta finanziando con il credito bancario (almeno per il 70% secondo gli accordi); e neppure risulta in regola con le norme Ue, che prevedono che chi produce gas (Gazprom) non può anche trasportarlo. Proprio a quest’ultimo ostacolo si è richiamato il presidente russo nel suo riferimento alle pressioni Ue sulla Bulgaria.

L’Eni, insomma, potrebbe lasciare il South Stream senza colpo ferire, e senza che gli altri suoi contratti di fornitura di gas russo siano toccati. Il Cane a sei zampe non ha commentato, ma non si può escludere che l’ultima trasferta a Sochi di Descalzi, lo scorso 24 novembre, sia stata l’occasione per un definitivo chiarimento con il capo di Gazprom, Alexei Miller.

È ovvio, tuttavia, che l’affaire South Stream ha dei risvolti strategici di più ampio respiro rispetto a quelli relativi al coinvolgimento italiano. A prima vista si potrebbe dire che al di là degli strali verso l’Ue sia proprio l’effetto delle sanzioni finanziarie (e tecnologiche) occidentali a spingere il presidente russo alla cancellazione del progetto, il cui costo è lievitato negli anni fino a 23,5 miliardi di euro. Una cifra non indifferente per chi, come la Russia, ha visto ridursi da giugno il prezzo del barile del 40% (gli introiti da greggio coprono metà del budget statale) e il rublo deprezzarsi di un terzo da inizio anno.

E così, dopo che il colosso del petrolio Rosneft ha dovuto rinunciare alle prospezioni nell’Artico con la texana Exxon, ora sarebbe il turno di Gazprom tirare la cinghia. Una serie di elementi che contribuirebbero a comporre uno scenario di crescente difficoltà dell’orso russo, messo sempre di più con le spalle al muro.